Il nome
Kali, Arnis, Eskrima: vari nomi usati per indicare l'enorme patrimonio marziale filippino. Non sono esattamente sinonimi ma spesso li si pensa tali. Per fare chiarezza riporto qui le definizioni, liberamente tradotte e tratte da Filipino Martial Culture di Mark V. Wiley:
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Kali: l'arte marizle filippina ritenuta sviluppata nella leggendaria scuola Bothoan nel dodicesimo secolo. Si basa principalmente sull'uso di armi da taglio e punta, con dirette radici nel Silat indonesiano e malese.
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Arnis: l'arte filippina "moderna" della scherma o del combattimento con i bastoni, sviluppata in uno sport dopo la seconda guerra mondiale.
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Eskrima: la "classica" arte filippina del combattimento con i bastoni.
Detto ciò, e ricordato che anche le suddette definizioni sono arbitrarie e non sempre valide, quello che oggi in genere si studia in Europa (diffuso ad opera di Danny Inosanto e Bob Breen) è una indissolubile sovrapposizione delle tre. Le ragioni sono molteplici ed in futuro le analizzeremo, comunque sperando giungano anche da noi maestri tradizionali. Per ora ci basta dire che volendo usare un termine solo ciò che più si avvicina è appunto Kali, non trattandosi né di sola scherma armata né tantomeno di solo sport - che anzi in genere è visto come complemento - ed a ciò ci adegueremo.
La storia
Intricata e spesso leggendaria, la storia del Kali è di difficile ricostruzione e ancor più semplificazione: le Filippine sono un arcipelago enorme sia per estensione geografica che per numero di isole, scontratosi nei secoli con svariate culture e religioni. I segni di questi trascorsi si riescono a leggere nell'arte e le sue varianti, a partire dai molti riferimenti alla scherma spagnola ed italiana. Vale dunque la pena anche dal punto di vista strettamente marziale studiare l'evoluzione di quelle terre, e vedremo in futuro di farlo in queste pagine.
Le caratteristiche
Va subito chiarito un punto: l'idea che le arti mazili filippine siano una disciplina unica è erronea, strascico del comunque importante primo libro sull'argomento (Knowledge in the Art of Arnis(1) del 1957) che trattava la questione dal punto di vista culturale anzichè tecnico. In realtà tanto per questioni geografiche quanto storiche si possono contare una settantina di stili con significative differenze marziali, ed il riferimento generico al Kali è quasi come quello al Kung Fu. D'altra parte l'assenza sia di forme, sia di certi "virtuosismi", sia dell'enfasi sullo ying-yang, rispetto alle arti cinesi è più verosimile uno sguardo d'insieme.
Fatta questa doverosa premessa, analizziamo le caratteristiche portanti della maggior parte delle arti filippine, ben visibili nel sistema giunto in Europa. Peculiare nel Kali è la versatilità. Principi e strategie sono a prescindere dalla particolare arma, il cui studio passa in secondo piano. Certo, occorre sempre adattarsi al mezzo e conoscerlo sia per utilizzarlo che per affrontarlo (una massima del Kali è "Non puoi difenderti da un'arma che non sai usare efficacemente."), ma le differenze sono nei particolari modi e non nella struttura generale dello scontro. Inoltre il Kali ritiene che iniziare lo studio con le armi naturali (ovvero disarmati) possa portare a distorsioni, per questo si parte in genere dal doppio olisi (bastone di rattan di circa 70 cm) o addirittura da spada e daga. Le analogie tra le varie armi (comprese quelle naturali) sono maggiori delle differenze, ed il Kali punta a metterle in risalto.
Per riuscire in questo scopo il Kali schematizza i movimenti in due gruppi: gli angoli d'attacco, ovvero la direzione del colpo, ed il footwork, ovvero lo spostamento del corpo. I primi crescono in numero (e dunque risoluzione) con l'avanzare della pratica: inizialmente se ne analizzano cinque (alto destro, altro sinistro, basso destro, basso sinistro, centro) per poi arrivare a dodici o diciassette. Il secondo ha diverso schema ed importanza a seconda delle scuole; in genere si basa sul triangolo equilatero o sulla croce ad otto punte, ma negli stili antichi le figure possono divenire più complesse. In ogni caso grande importanza trovano le quattro direzioni oblique (avanti a sinistra, avanti a destra, indietro a sinistra, indietro a destra) come vie preferenziali, legate ciascuna a classi di strategie difensive/offensive.
Altro elemento fondamentale è la completezza. La pratica prevede invariabilmente lo studio delle cinque distanze (lunga, media, corta, corpo a corpo, lotta a terra) cercando di sfruttare le propensioni del soggetto ed adattandosi su esso. Un praticante più agile e snodato potrà allora specializzarsi nel Sikaran (il sottosistema di calci del Kali) e dunque distanza medio-lunga arrivando a portare i micidiali colpi alle vertebre, ma studiando comunque tutte le aree. Di nuovo, le particolari tattiche sono un elemento importante ma secondario ai principi generali. E le tattiche stesse trovano applicazioni natuali ai diversi casi, se affrontate sotto l'ottica del Kali: ad esempio una leva si trasforma naturalmente in un disarmo, come una sequenza di sinawalli (il sottosistema del doppio bastone) in una combinazione di colpi con mano martello e taglio o ancora in un blocco-controllo-risposta.
Terza caratteristica in questa troppo breve panoramica è la naturalezza: si cerca sempre di sfruttare la spontanee azioni e reazioni tanto della mente quanto del corpo, piuttosto che impiantare nuove movenze. Questo sia perchè l'atto naturale non solo è in genere più parsimonioso (e dunque adatto ad ogni condizione fisica), ma ha anche maggiore probabilità d'essere compiuto in situazioni impreviste e di stress. Meglio allora una soluzione sulla carta meno efficace ma più naturale, perchè non importa se funzioni in allenamento quanto nello scontro per la vita.
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